Ereditiera di Omero

“Me atrevo siempre, aunque lo hago con respeto. No soy una iconoclasta gratuita”.
Nélida Piñón

Scrittrice, redattrice e giornalista brasiliana di ampia e riconosciuta traiettoria (Premio Internazionale Menéndez e Pelayo, Premio Principe delle Asturie De las Letras, Women Together Award…), Nélida Piñon (Rio de Janeiro, 3 maggio 1937) è stata definita come un’autrice che viaggia attraverso la storia senza dimenticare le sue memorie o quelle di altre, che sono incluse nella sua creazione letteraria. Un diffidente anfiteatro di utopie, sicuro delle probabilità esistenziali dell’essere umano da parte degli universi fantastici e onirico, sempre fantasiosi, è anche il romanziere de La Repubblica dei Sogni e La dolce canzone di Cayetana, la fucinatura di The Heat of Things and Other Tales o il Saggista di Libri d’Ore e L’Epopea del Cuore. Il suo lavoro si estende su più di venti volumi tra narrativa e saggio.

Quando il filologo e scrittore spagnolo Antonio Jiménez Barca la intervistò per il supplemento letterario Babelia, di El País, e le disse: “Ma l’impegno, soprattutto, è con la letteratura: tu stesso hai assicurato che non pensi mai al lettore quando scrive”1 non si è preso del tempo per dichiarargli:

“A chi penserò? Un professore di Harvard? Salamanca? E dove soggiornano i brasiliani? Mi piace pensare a un indiano dell’Amazzonia che può leggermi in quarant’anni. Mi piacerebbe pensare che il povero uomo di oggi, che non ha accesso a nulla, scoprirà tra qualche anno una donna brasiliana che amava il Brasile e la letteratura. Non conosco il destino di quello che scrivo.”2

Anche il membro dell’Accademia brasiliana di lingua è stato premiato a Cuba, come Casa de las Américas lo ha riconosciuto nella sezione del saggio artistico-letterario con il libro Aprendiz de Homero (2010), un bellissimo titolo che tassa non solo un classico, ma lo storico degli eventi passati, la cosiddetta rapsoda, che è andata di città in città per raccontare leggende e miti coperti di storia , con gli eventi eroici di protagonisti eponimi, quelli che hanno nominato una città e ricordato strade suburbane e rurali – preferite da quest’ultima da quella brasiliana – e li hanno così immortalati per il futuro.

Apprentice Homer è uno dei saggi più personali e generosi di Piñon, perché troviamo criteri sugli autori e gli argomenti più vari, così come che ritorna sui temi costanti del suo lavoro: famiglia, memoria, felicità, amicizia, donna, scrittura, viaggio … Per quanto riguarda il viaggio, prima della scrittura di Apprendista di Omero, la figlia di emigranti galiziani aveva esposto:

“Per quanto cammini, non torni mai dove eravamo, e questa è la bellezza. È un concetto presocratico: viaggiamo sempre. Ho sempre un aspetto diverso, ma allo stesso tempo con fondamenta riconoscibili, perché altre parole l’esistenza sarebbe pazzesca. Ogni giorno si aggiunge un nuovo livello a se stesso. Ogni giorno vengono forgiati ingredienti diversi, in modo che si abbia sempre qualcosa di nuovo da offrire a coloro che già ti conoscono.”3

Con la libertà generica e tematica che la caratterizza, parte del regionale e la proietta su scala planetaria e viceversa. Per lei, l’importante non è classificare argomenti o questioni in occidentale o orientale, spagnolo, messicano o cariocas, ma nel metterli in relazione con diversi paesaggi culturali e naturali. Dal Brasile ripara nei più indigeni: cartografia, folklore, persone nella loro innegabile ricchezza e complessità fino, attraverso la prova, onorare personalità, le loro avventure intellettuali o altre esperienze preziose.

Anche l’apprendista homer ci viene presentato come un libro di viaggio. Questo ricorda, tra gli altri, i cronisti delle Indie, che hanno favorito una scrittura di paesaggi che diventa, ancora oggi per i lettori, scrivere paesaggi. È un libro di viaggio e un equilibrio storico degli eventi sull’umanità. Un buon esempio di questi obiettivi convocati può essere trovato nel testo “splendore iberico”, da cui vale la pena ricordare:

“Come figli di tutte le navigazione, dei viaggi europei, africani e orientali, stiamo vagando, infidi, compulsivi, subiamo il peso della conquista e della rovina. Signori e schiavi che si gettarono nelle terre ignominiose, al mare nostrum americano, siamo arrivati al futuro, che siamo noi. Alla modernità, che, sedata con l’antichità, ci impone la chiave e l’enigma della conoscenza. Di conseguenza, diventiamo gli eda maniacale, negli sciamani africani, in amautas indigene. E, con la forza della cultura e i segni distintivi dell’identità che abbondano da un pantheon comune, in cui è inciso il nome dell’America, abbiamo scartato i nomi di Socrate, Ovidio, Virgilio.”4

I suoi panorami crossover tra un personaggio letterario della forza simbolica di Chisciotte con il femminile in “Dulcinea, l’agonia del femminile” e “El afortunado Sancho”, ad esempio, rappresentano una prosa ragionevolmente lontana dalle distinzioni generiche: la scrittura femminile o maschile, a cui Nélida Piñon, difensore dei diritti delle donne, non vuole attenersi.
Se mi chiedete qual è il mio saggio preferito in questo libro, potrei riferirmi a chi dà il nome all’opera, anche se preferisco appoggiarmi a “Sara’s Smile”, che è di insensata sottigliezza. Questo recita:

“Abramo, tuttavia, che Dio aveva promesso prole prodiga, aveva Sarah al suo fianco, come sua ombra e osservatore implacabile. È il ricordo dell’altra parte di Dio. E anche se, in pratica, non è autorizzata a rivolgersi al Signore, e condannata, quindi, al silenzio storico, Sarah diventa una testimonianza volontaria e partecipativa nei continui pellegrinaggi intrapresi da Abramo, suo marito, da Te, da Caldea, a Cannán, sempre obbedendo alla volontà e ai capricci di Dio”5

In “La gesta de la palabra”, che è il suo discorso di ingresso all’Accademia Brasiliana di Filosofia, tenuto il 17 agosto 2006, apprezziamo Nélida Piñon al culmine di scrittori unici come la sorella messicana Juana Inés de la Cruz e la spagnola María Zambrano. Prosa confessionale6 e quindi rivelatrice, che non riemerge però, la migliore costruzione di un discorso francamente decodificato e decodificatore dove la parola diretta e autentica seduce: “La parola può essere un fumo prezioso che annuncia un caso amorevole”. Quando Nélida Piñon potrebbe essere rivelata da un linguaggio molto colloquiale e vicino ai luoghi comuni del detto popolare, ottiene con questo testo una bellezza unica a favore del lettore multiplo, quella che richiede tutti i tipi di aspettative perché più di uno è noto. Non vale la pena alludere a un testo del genere, se non viene citato in tempo. Il frammento richiede opportunità.

“Come scrittrice, faccio solo la fantasia del mio tempo e del ritorno quotidiano sulla sua terra. Nel corso di questo viaggio, sono immomobed al servizio dell’avvento della fabulation. Quindi, se scrivo modestamente, invento con esaltazione, rispondendo allo stato igneo a causa della febbre di cui ho bisogno. In ogni circostanza aiuto con la parola, alla vigilia di essere lingua. Non sono niente senza di lei. Il suo prestigio ridimensiona ciò che giudico realtà. La mia apprensione per il mondo è espressa a vostro nome. E anche se il verbo sottoscrive intenzioni, startle, musicalità, favorisce anche il disordine con cui si realizza il percorso di invenzione. Beh, nel trattare con la lingua, sono scatologico, raffinato e scortese. Negli interstiziali della materia umana, specialmente nelle strisce d’amore, festeggio l’alba contemporanea, evoco il crepuscolo che un tempo imbrogò Anchios ed Enea nel buio di Ade, sicuro che presto seguirò il padre e il figlio. Ma mentre saluto, commosso, coloro che mi hanno preceduto nella lingua, porto a dormire la fonetica del quotidiano.”7

Ci si dovrebbe chiedere perché un libro come Apprentice homer potrebbe interessare il lettore cubano? Le domande possono essere stimolanti perché condizionate dal dubbio, anche se in anticipo l’interesse dei curiosi era già conquistato forse dalle confessioni di cui sopra dell’autore. Al di là del Brasile urbano e rurale, costruito e immaginato, Nélida Piñon, l’innegabile ereditiera di Omero per il suo amore per le storie e le leggende, si erge come una splendida saggista in quella ricerca di comunicare la memoria di culture plurali già familiari. La prosa di Apprentice Homer unisce il passato e la pagnotta in quel compito del creatore di mondi conosciuti e da conoscere, che – come direbbe Coleridge – in grado di condividere “le sue emozioni per il fatto che ci dà l’opportunità di esprimere le nostre”. Ω

Note

1 Nélida Piñon: “La famiglia è l’unica cosa che uccide”, a Babelia, supplemento letterario di El País, intervista diretta da Antonio Jiménez Barca il 25 settembre 2015. Visto a https://elpais.com/cultura/2015/09/21/babelia/1442845704_980841.html.
2 Ibid.
3 Nélida Piñon: “Solo raccontando storie ci rendiamo conto di chi siamo” (intervista diretta da Ana Solanes), in Cuadernos Hispanoamericanos n. 682, aprile 2007, Madrid, p. 140.
4 Nélida Piñon: Apprendista di Omero, L’Avana, Fondo Editorial Casa de las Américas, 2010, p. 82.
5 Ibid., p. 51.
6 Ho suggerito qual è un’altra delle caratteristiche di scrittura della prosa dell’autore. Poi accesso a “Nélida Piñon y la memoria del cuerpo”, testo di Marifé Santiago Bolaños pubblicato su Cuadernos Hispanoamericanos No. 682, aprile 2007, Madrid, pp. 123-129, dove trovo un accordo comune: “È la parola di Nélida Piñon una parola della propria corporeità, la cui infinita contingenza porta alla crescita della grandezza quotidiana per farlo volare, così come, dal suo punto di vista, il duro lavoro di questo angelo caduto che è lo scrittore”. (p. 124). Inoltre, senza che io lo aspetti, Santiago Bolaños stabilisce interessanti legami tra il Piñon e lo Zambrano.
7 Ibid., p. 177.

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