{"id":11034,"date":"2018-04-16T14:00:41","date_gmt":"2018-04-16T14:00:41","guid":{"rendered":"https:\/\/www.palabranueva.net\/los-males-sagrados-la-envidia\/"},"modified":"2021-02-15T10:47:34","modified_gmt":"2021-02-15T14:47:34","slug":"los-males-sagrados-la-envidia","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.palabranueva.net\/it\/los-males-sagrados-la-envidia\/","title":{"rendered":"Sacri Mali: Invidia"},"content":{"rendered":"<p>&#8220;L&#8217;invidia \u00e8 la prima forma di parentela.&#8221;<\/p>\n<p>Unamuno<\/p>\n<p>Sacri Mali<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/www.palabranueva.net\/wp-content\/uploads\/2018\/07\/mar\u00eda-zambrano.jpg\"><img decoding=\"async\" class=\"alignleft size-medium wp-image-298\" src=\"https:\/\/www.palabranueva.net\/wp-content\/uploads\/2018\/07\/mar\u00eda-zambrano-300x129.jpg\" alt=\"mar\u00eda-zambrano\" width=\"300\" height=\"129\" srcset=\"https:\/\/www.palabranueva.net\/wp-content\/uploads\/2018\/07\/mar\u00eda-zambrano-300x129.jpg 300w, https:\/\/www.palabranueva.net\/wp-content\/uploads\/2018\/07\/mar\u00eda-zambrano.jpg 500w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a><\/p>\n<p>Ci sono mali sacri, antichi mali che frustano il corpo mortale dell&#8217;uomo. Lebbra, epilessia e alcuni altri che la medicina scientifica non \u00e8 ancora riuscita a ridurre al concetto di malattia, nascondendoli da quel territorio in cui l&#8217;anima umana sente la maledizione, lo stigma. Non sono semplicemente malattie, ma segni, segni di qualcosa che sembra non pu\u00f2 essere reso visibile, ma in questo modo orribile. Ma lo stigma \u00e8 spesso l&#8217;impronta e l&#8217;effigie di un oggetto lontano e amato che \u00e8 disceso per lasciare la sua impressione di una certa promessa di similitudine nell&#8217;essere in cui \u00e8 caduto. I mali sacri sono stimmi, perch\u00e9 indicano e si tengono separati facendosi svuotare da loro.<\/p>\n<p>E questo messo da parte da coloro che soffrono di un male sacro lo indica come qualcosa o qualcuno di un altro mondo. La barriera che lo separa dagli altri non \u00e8 una qualit\u00e0, ma il segno che qualcosa da un altro mondo lo possiede e poich\u00e9 non pu\u00f2 essere del tutto in questo visibile, si rompe. Come se in questi mali fosse mostrata l&#8217;incessante lotta dei modi di essere nella stessa esistenza, nessuno in grado di superare, esseri presi dalla vita in cui sono per qualcosa o qualcuno che non pu\u00f2 farlo completamente si accontenta di segnarli.<\/p>\n<p>Tali malattie sembrano avere il loro dissenso nella vita morale, uno specchio di veri mali sacri, che si basano sulle anime dei mortali. Possiamo riconoscerli in vari personaggi. Il primo sembra essere quello del rispetto che ispirano, del rispetto che attira un cerchio di silenzio intorno. Questo vuoto \u00e8 il primo modo di esasperare la sofferenza per coloro che ne soffrono.<\/p>\n<p>L&#8217;invidia corrisponde certamente a questo tipo di male. Nonostante quanto si sia parlato di lei, produce sempre un cerchio di silenzio intorno a lei quando appare. Impone rispetto e imprime carattere e come nessun altro male allontana e separa coloro che ne soffrono imprimendo uno stigma su di esso. Non \u00e8 esattamente una passione e anche l&#8217;idea del peccato sembra lasciare sfuggire parte della sua essenza, perch\u00e9 il peccato \u00e8 anche avidit\u00e0 o rabbia e non hanno n\u00e9 il carattere degli stimmi n\u00e9 nessun altro dei tanti che indicano i mali sacri e che per il momento ci chiudiamo in quel vuoto, in quel silenzio stretto che si fa intorno a lui. Appartengono al mondo del sacro. E la prima azione del sacro \u00e8 quella di silenziare coloro che lo contemplano.<\/p>\n<p>Anche se questo muto e silenzio potrebbero non essere la prima reazione che gli uomini hanno sperimentato, ma solo la difesa contro alcuni dei sacri, qualcosa che fa temere o aspettarsi il contagio, l&#8217;inquinamento. Contagio, inquinamento, che il sacro produce nel mondo. E nella sua virt\u00f9 questo \u00e8 il primo personaggio che dovremmo riconoscere per identificare questi mali sacri: l&#8217;azione contagiosa, davanti alla quale in certe situazioni la coscienza, la conoscenza o l&#8217;esperienza umana, innalza quel muro di silenzio e rispetto. Il rispetto diventa nient&#8217;altro che un&#8217;azione difensiva di fronte alla capacit\u00e0 inquinante del sacro. &#8220;Rispetto sacro&#8221;, cio\u00e8 rispetto perch\u00e9 il sacro non ci contamini, un muro che fa la differenza di vita, di piani vitali; limite e frontiera del nostro essere e un&#8217;altra tremenda realt\u00e0 infinitamente attiva e repellente alla volta.<\/p>\n<p>Segni del Sacro: Distruzione<\/p>\n<p>L&#8217;attivit\u00e0 implacabile nella sua massima attenzione, contagiosa nel suo contatto con noi, sembra essere la prima manifestazione del sacro. Contagio non sempre dei mali. Piuttosto, il male sacro \u00e8 come lo stigma, il male su cui \u00e8 stampato, ma non l&#8217;annuncio di un cattivo analogo dell&#8217;attenzione da cui si irradia. Strana ambivalenza, esitazione essenziale, definizione di mali sacri che sembrano essere un male molto pi\u00f9 terribile perch\u00e9 l&#8217;attenzione da cui provengono potrebbe benissimo non essere; come se il male fosse solo nell&#8217;essere stato infettato, nell&#8217;aver affrontato qualcosa che non avrebbe dovuto, essere stato portato via e contaminato da quella cosa infinitamente attiva. Ecco perch\u00e9 questi stimmi non sono ritratti, impronte, ma contagi, inquinamento.<\/p>\n<p>E tali contagi prendono la forma capricciosa e arbitraria, il modulo di segnalazione proprio di ci\u00f2 che non \u00e8 e forse non pu\u00f2 &#8220;essere&#8221;; le molteplici, infinite forme di distruzione. Tutti i mali sacri, fisici e morali, non appaiono con forma e figura propria, ma come qualcosa di impreparabile, in fuga e non descritto. Forse questa \u00e8 una delle analogie delle malattie corporee a causa della loro natura irriducibile nella forma e dotata di attivit\u00e0 sorprendente. \u00c8 la distruzione, la distruzione in corso che non produce alcuna forma, che non \u00e8 un&#8217;immagine di un corpo in un altro corpo, n\u00e9 ha una figura; che \u00e8 un&#8217;azione multipla, huidizzata e incapace.<\/p>\n<p>La distruzione con un carattere illimitato, capace di nutrirsi \u00e8 un processo infinito da cui il termine non si intravede. Distruzione che si nutre di se stessa, come se fosse il rilascio di una fonte nascosta di energia e quindi ingerisce purezza attiva e creativa, il suo opposto. Tale \u00e8 l&#8217;ambivalenza radicale del sacro.<\/p>\n<p>Distinguiamoci quindi dalla semplice distruzione, che ha un limite fissato in anticipo \u2013 il che \u00e8 estremamente rassicurante \u2013 quest&#8217;altra distruzione propriamente sacra, infinita e infinita. Pura distruzione che trova cibo in s\u00e9. Le malattie corporee che appaiono in questo modo portano una promessa infinita di vita come se il male per persistere si prendessero cura della durata della sua preda. Alcune delle passioni comunemente chiamate, come l&#8217;invidia, distruggono l&#8217;essere sofferente e allo stesso tempo guadagnano verve per se stessa. Consumato dall&#8217;invidia trova in esso il suo cibo. Una distruzione che si auto-nutre; tale sembra essere la prima, originale, definizione di invidia.<\/p>\n<p>E mentre il sacro vive e si manifesta al di fuori dell&#8217;uomo, pu\u00f2 opporsi a quel muro di isolamento del rispetto. Rispetto che \u00e8 solo l&#8217;azione difensiva che non si dissolve, n\u00e9 trasforma il sacro nell&#8217;unica cosa che sicuramente lo salva: il divino. Rispetto come la rassegnazione sono atteggiamenti difensivi, modalit\u00e0 di resistenza e niente di pi\u00f9, mai modalit\u00e0 di creazione, di vera attivit\u00e0 trasformativa. La sacralit\u00e0 del mondo fisico si \u00e8 trasformata molti secoli fa nel divino, dal pensiero: la sacralit\u00e0 delle montagne, dei fiumi e dei vulcani, dei fenomeni spaventosi, nella fysis divina, a cui corrisponde la rassicurante nozione di &#8220;natura&#8221;. Ecco un&#8217;allusione, ovviamente, al pensiero di Aristotele.<\/p>\n<p>Ma quando il sacro vive all&#8217;interno dell&#8217;uomo, nella sua stessa vita, quando si stabilisce nel suo centro intimo e vitale e si conforma, distrugge, la sua vita, qualche azione deve essere tentata per trasformare la forza incontenibile nel suo opposto; il suo contrario che porta implicitamente, secondo l&#8217;ambivalenza del sacro.<\/p>\n<p>Ambivalenza del sacro; da qui la sua manifestazione nei segni, negli stigmi, la sua capacit\u00e0 di contagio. Da qui anche la distruzione. E rispetto e rassegnazione non sono validi di fronte ai loro progressi, perch\u00e9 una crescita cos\u00ec infinita chiede di essere salvata. E salvare onese non \u00e8 che scoprire i oneseed, al contrario, cio\u00e8 convertirsi. Sar\u00e0 possibile la conversione dell&#8217;invidia?<\/p>\n<p>Nella vita umana, la conversione deve essere sempre trasformazione, metamorfosi, forse trasfigurazione. Cio\u00e8, ascensione sulla scala delle forme, guadagnando modi di essere pi\u00f9 alti.<\/p>\n<p>La conversione, la metamorfosi dell&#8217;invidia, non sar\u00e0 un processo assolutamente necessario in questo continuo divenire che sembra costituire l&#8217;essere dell&#8217;uomo?<\/p>\n<p>Avidit\u00e0 dell&#8217;altro<\/p>\n<p>L&#8217;avidit\u00e0 per &#8220;l&#8217;altro&#8221; potrebbe essere il modo pi\u00f9 benevolo per sottolineare l&#8217;invidia. E prima dell&#8217;avidit\u00e0, che \u00e8 il sostantivo, l&#8217;essenza, il termine &#8220;l&#8217;altro&#8221; attira l&#8217;attenzione. \u00c8 il riferimento all'&#8221;altro&#8221; che porta qui una particolare sostanzialit\u00e0, distinguendosi.<\/p>\n<p>Nel mondo spagnolo, cos\u00ec particolarmente perlustrato dall&#8217;invidia, qualcuno di straordinario ha cercato il suo background. Don Miguel de Unamuno le si \u00e8 avvicinato in due modi: nel romanzo Abel S\u00e1nchez, storia di passione e in un dramma non molto avvertito dalla critica e dall&#8217;attenzione del pubblico, L&#8217;altro. Il dramma dice gi\u00e0 nel suo titolo con nuda eloquenza la sostanzialit\u00e0 di quell&#8217;altro, che \u00e8 il termine, oggetto di invidia&#8230; L&#8217;altro, l&#8217;altro, sostanziale. E il genio del poeta si spinge fino a non dare nomi ai protagonisti del dramma, della tragedia; \u00e8 davvero l&#8217;altro, il fratello. Gli invidiosi e gli invidiati non hanno nome: sono l&#8217;un l&#8217;altro, forse solo maschere diverse da un singolo essere diviso.<\/p>\n<p>Questo sembra essere il tormento distintivo di questo sacro male. Tormento l&#8217;uno per l&#8217;altro; tormento dell&#8217;altro che non avrebbe dovuto essere visto in questo modo.<\/p>\n<p>L&#8217;avidit\u00e0 dell&#8217;altro potrebbe anche essere la definizione di amore. Senza che sia nota distintiva il tormento prodotto dall&#8217;invidia, perch\u00e9 l&#8217;amore secondo le lamentele di chi lo soffre, \u00e8 tormento a un livello di sumo e, come l&#8217;invidia, tormento che si nutre di se stesso. L&#8217;amore e l&#8217;invidia sono processi dell&#8217;anima umana in cui la sofferenza non produce declino; sofferenza \u00e8 il vostro cibo.<\/p>\n<p>La stessa definizione sembra ricordare a questa coppia di opposti che sono invidia e amore, &#8220;avidit\u00e0 dell&#8217;altro&#8221;. L&#8217;ambivalenza del mondo del sacro si manifesta come sempre. Ed \u00e8 questa ambivalenza che deve essere interpretata.<\/p>\n<p>L&#8217;avidit\u00e0 \u00e8 tipica di qualcosa che ha bisogno di crescere, crescere o trasformarsi, smettere di essere quello che \u00e8; qualcosa che \u00e8 in uno stato transitorio, qualcosa che \u00e8 conato di essere. Non ha avidit\u00e0 di poter gi\u00e0 rimanere in se stesso, che ha entit\u00e0 e riposo. L&#8217;avidit\u00e0 \u00e8 la chiamata in ci\u00f2 che non \u00e8 ancora arrivato al suo essere e tende ad acquisirla in qualche modo.<\/p>\n<p>E cos\u00ec Platone, attraverso una voce sacra, quella della sacerdotessa di Mantinea, fa dell&#8217;amore il figlio della mancanza. \u00c8 ci\u00f2 che ha una natura avida, di desiderio, di bisogno reso attivo. Ma in amore l&#8217;oggetto a cui si rivolge non \u00e8 sentito come un altro. E sicuramente questo senso dell&#8217;altro o dell&#8217;altro \u00e8 dove deve essere trovato l&#8217;abisso che separa l&#8217;amore dall&#8217;invidia. Cosa significher\u00e0 quest&#8217;altro nell&#8217;invidia che finora la porta dall&#8217;amore di suo fratello? Come si sente l&#8217;altro nell&#8217;invidia?<\/p>\n<p>Avidit\u00e0 dell'&#8221;altro&#8221;; comunit\u00e0 di amore e invidia, almeno nel primo senso, perch\u00e9 presto nell&#8217;amore &#8220;l&#8217;altro&#8221; diventa uno. L&#8217;invidia, d&#8217;altra parte, mantiene ostinatamente l&#8217;alterit\u00e0 dell&#8217;altra, senza essere permesso di toccare la purezza di uno.<\/p>\n<p>E mantenendo l&#8217;altro come un altro, l&#8217;avidit\u00e0 cresce e raggiunge la frenesia. Il possesso di invidia non pu\u00f2 rinunciare a questo. Senza dubbio, nella parte pi\u00f9 intima della sua vita, succede qualcosa che lo tiene legato a quell&#8217;altro, strano e pi\u00f9 me che se stesso. Non \u00e8 che l&#8217;invidioso si vede vivere in esso?<\/p>\n<p>Il mondo della tragedia greca appare come la frustrazione di esseri in cui la sostanza generica non mi permette di mordere la figura stessa. Dramma tra il padre, quel padre che rappresenta tutti i genitori, e il figlio, il dramma pi\u00f9 terribile dell&#8217;antichit\u00e0. Nessun eroe della tragedia raggiunge la solitudine, quella solitudine necessaria per essere se stessi. Perch\u00e9, in verit\u00e0, l&#8217;identit\u00e0 personale nasce dalla solitudine, da quella solitudine che \u00e8 come uno spazio vuoto necessario che stabilisce discontinuit\u00e0. Sembra necessario passare come atto nella storia quel periodo di impotenza umana, della fine del mondo antico, perch\u00e9 l&#8217;uomo possa nascere da solo; il figlio dell&#8217;uomo reale.<\/p>\n<p>La resistenza generica nell&#8217;incesto tragico sembra essere strettamente legata all&#8217;invidia, una forma di tragica parentela in cui non ci si pu\u00f2 permettere di stare con l&#8217;altro, in cui la chiamata ad essere uno, non trova la sua unicit\u00e0 e si sente a vivere nell&#8217;altro.<\/p>\n<p>Ma la differenza tra invidia e amore sembra essere presente nella visione: l&#8217;amore vede l&#8217;altro come uno; invidia a cui uno potrebbe essere come l&#8217;altro.<\/p>\n<p>La visione del borsista<\/p>\n<p>Vedere uno vivere in un altro, sentire l&#8217;altro di se stesso senza essere in grado di allontanarlo. L&#8217;invidioso che sembra vivere da solo, \u00e8 un assimilato; invita gi\u00e0 dice con la sua composizione l&#8217;interno che \u00e8 in quello sguardo ad un altro. Guardare e vedere un altro non fuori, non dove si trova veramente l&#8217;altro, ma in un abissale dentro, in un allucinatorio all&#8217;interno dove non trova il segreto che fa sentire se stessi, confonde la solitudine.<\/p>\n<p>Per vederti vivere in un altro altruisamente. Vedere qualcun altro vivere nello spazio, all&#8217;esterno, non lo \u00e8, n\u00e9 porta invidia. Vedere obiettivamente, cio\u00e8 vedere ogni cosa e ogni essere nello spazio che \u00e8 appropriato per lui, \u00e8 la stessa cosa che non pu\u00f2 pi\u00f9 invidiare. Perch\u00e9 puoi solo invidiare il prossimo.<\/p>\n<p>Vedere cose che non vivono e anche coloro che vivono una vita diversa dalla nostra non sembra essere in grado di portare all&#8217;invidia. Creature e cose viventi non umane appaiono in uno spazio diverso da quello in cui vediamo &#8211; dopo molti sforzi &#8211; altri. Vedere un prossimo sembra essere la chiave dell&#8217;invidia e con essa del proprio essere. Perch\u00e9 nella visione del simili \u00e8 coinvolta l&#8217;interiorit\u00e0, il cui interno \u00e8 il nostro spazio, al quale ci ritiriamo e che ci conferisce la suprema distinzione. Come ci siamo sentiti in questo vero spazio abitativo \u00e8 legato alla visione degli altri, alla comunit\u00e0; con il raggiungimento di essere un individuo della specie umana in solitudine e comunione.<\/p>\n<p>Vedere un prossimo \u00e8 vedere vivere qualcuno che vive come me, che \u00e8 nella vita a modo mio. Solo lui pu\u00f2 essere sentito in questa implicazione di invidia, perch\u00e9 solo lui pu\u00f2 essere coinvolto nella mia vita. Ed \u00e8 che quando vediamo il prossimo non lo vediamo oggettivamente nello spazio fisico, ma sento la sua vita nella mia vita. Vedere correttamente quello simile \u00e8 la prova suprema della visione.<\/p>\n<p>L&#8217;individualismo moderno ci ha abituati a creare noi stessi vivendo da soli: gli altri vengono alla mia solitudine, che vale quanto la mia gi\u00e0 completa esistenza; a partire da lei so, vedo e sento il mio vicino. Lo spazio abitativo o l&#8217;interiorit\u00e0 sarebbero liberi da implicazioni; l&#8217;interno dove l&#8217;uomo \u00e8 ensimisma, come dice Ortega nel suo auto-assorbimento e alterazione, \u00e8 uno spazio libero, un luogo dove non troviamo altro che noi stessi? \u00c8 un ritiro vuoto? Qual \u00e8 la struttura di questo luogo dove andiamo continuamente in pensione?<\/p>\n<p>\u00c8 stato interpretato in modi diversi nel corso della storia del pensiero. L&#8217;interiorit\u00e0 in quanto tale \u00e8 scoperta dal cristianesimo che, attraverso sant&#8217;Agostino, \u00e8 incorporato nel pensiero e nella credenza dell&#8217;uomo comune. Prima del cristianesimo, in Grecia, \u00e8 anima; dopo la rivelazione di sant&#8217;Agostino, in un&#8217;altra trance decisiva, sar\u00e0 coscienza a Cartesio. Ma la domanda, come la vediamo noi, non coincide esattamente, perch\u00e9 non si riferisce al luogo interiore, alla psiche o alla coscienza in cui viviamo, ci muoviamo e siamo, dove percepiamo tutte le cose, ma a quella specifica interiorit\u00e0 umana in cui \u00e8 coinvolta la vita del prossimo.<\/p>\n<p>La vita del prossimo non \u00e8 percepita come quella del resto delle cose e delle creature, si svolge su un altro piano, pi\u00f9 interiore. Per vedere come andiamo. E ci sono diversi gradi in questa rientrazione. Se percepire e conoscere il non come facciamo un movimento di uscita, come se volessimo raggiungere i confini del nostro essere, guardare i nostri limiti, vedere e percepire il nostro prossimo, al contrario, affondiamo in noi stessi e da questo dentro la nostra vita sentiamo e percepiamo. Quindi, quel carattere peculiare della percezione dell&#8217;io esterno che ha sempre un tono, causando una tensione, perch\u00e9 ci sentiamo colpiti molto di pi\u00f9. Di fronte al mondo esterno crediamo di vivere entro certi limiti, ci sentiamo difesi; di fronte a come ci sentiamo esposti, come immersi in un ambiente omogeneo da cui emeriamo allo stesso tempo.<\/p>\n<p>In realt\u00e0, ogni percezione del simile \u00e8 segreta, avviene in qualcosa di non manifestabile, in un mezzo che non coincide, in alcun modo, con i mezzi che abbiamo dato nella chiamata fisica e che corrisponde ai sensi. Neanche con la coscienza. \u00c8 un altro mezzo, il mezzo di interiorit\u00e0 in cui tale percezione ha luogo. E in esso, sentiamo unitariamente la persona che \u00e8 il prossimo, e il suo posto nell&#8217;esistenza. E lo sentiamo come si sente tutta la realt\u00e0, dai limiti con la nostra, dalla sua azione su di noi. Ma ci\u00f2 che in noi soffre della realt\u00e0 della persona simile \u00e8 qualcosa di molto pi\u00f9 profondo di ci\u00f2 che \u00e8 influenzato da cose non vive e da creature viventi che non sono nostri simili; davanti a lui ci sentiamo impegnati, e in pericolo; ci sentiamo aumentati o diminuiti.<\/p>\n<p>Vedere qualcun altro \u00e8 vedere qualcun altro dal vivo. Nella vita umana non sei solo, ma nei momenti in cui la solitudine \u00e8 fatta, \u00e8 creata. La solitudine \u00e8 una conquista metafisica, difficile, perch\u00e9 nessuno \u00e8 solo, ma deve venire a fare solitudine dentro di s\u00e9, nei momenti in cui \u00e8 necessaria per la nostra crescita. Mistici e poeti parlano della solitudine come di qualcosa da attraversare, punto di partenza dell'&#8221;ascetismo&#8221;, cio\u00e8 della morte, di quella morte che deve essere morta, secondo loro, prima dell&#8217;altra, per essere vista, finalmente, in un altro specchio.<\/p>\n<p>La visione degli altri \u00e8 uno specchio della propria vita; ci vediamo quando ti vedo. E la visione del simili \u00e8 necessaria proprio perch\u00e9 l&#8217;uomo ha bisogno di vedere se stesso. Non sembra che ci siano animali che hanno bisogno di guardare la loro figura allo specchio. L&#8217;uomo cerca di vedere se stesso. E vive in pienezza quando guarda, non nello specchio morto che gli restituisce la sua immagine, ma quando lo vede vivere nello specchio vivente del genere.<\/p>\n<p>Solo quando mi vedo in un altro mi vedo davvero, solo nello specchio di un&#8217;altra vita simile alla mia acquisir\u00f2 la certezza della mia realt\u00e0. Credere nella realt\u00e0 propria non \u00e8 nulla da dare, sembra che sia certezza ricevuta in modo riflesso, perch\u00e9 credo in me stesso e mi sento di vivere per davvero, se mi vedo in un altro. La mia realt\u00e0 dipende da qualcun altro. E questa tragica schiavit\u00f9 genera, allo stesso tempo, amore e invidia. Dalla solitudine, dall&#8217;angoscia, non si eviversa in un atto solitario, ma al contrario, dalla comunit\u00e0 in cui sono immerso, esco nella mia realt\u00e0 attraverso qualcuno in cui mi vedo, nel quale sento il mio essere. Ogni esistenza \u00e8 ricevuta. E gi\u00e0 dopo questa precedente certezza, necessaria, dove si nasconde l&#8217;invidia, pu\u00f2 venire la conquista della solitudine. Solitudine che riguarda gli altri, distacco da loro; andando alla ricerca di altri spazi dove, lontano dagli uomini, non sono solo, ma mi sto guardando in uno specchio oltre il tempo umano, di cui alcuni uomini hanno testimoniato.<\/p>\n<p>L&#8217;invidia, guarda attraverso, \u00e8 la visione in uno specchio che non ci riporta all&#8217;immagine di cui la nostra vita ha bisogno. Da qui l&#8217;ambiguit\u00e0 dell&#8217;invidia, e quel tipo di legame che si instaura tra invidia e invidia. Un legame che perseguita la complicit\u00e0, perch\u00e9 inevitabilmente sente che, se l&#8217;invidiato \u2013 specchio \u2013 inviato al possesso di invidia l&#8217;immagine che spera e di cui ha bisogno, lo salverebbe dall&#8217;inferno in cui giace. E forse l&#8217;invidia viene dalla torbidit\u00e0 dell&#8217;invidiato, che non mantiene trasparente il suo interno, ma, offuscato da qualche indiscernibile passione per lui, non lo riflette come dovrebbe. Leibnitz dice che &#8220;l&#8217;uomo \u00e8 lo specchio cosciente della vita universale&#8221;. A questo specchio cosciente sembra impossibile che nessuno lo invidiasse a trovare in lui l&#8217;immagine pulita e chiara che attende il suo essere. Diventa quello specchio cosciente \u00e8 la perfezione dell&#8217;umano, ma non la sua realt\u00e0 comune.<\/p>\n<p>E cos\u00ec l&#8217;invidia se la fa franca rendendo l&#8217;invidia inequivocabile. Gioco di sguardi, di azioni che si guardano e si guardano vivere l&#8217;uno nell&#8217;altro, nella speranza di trovare l&#8217;immagine di cui hanno bisogno di se stessi; ambiguit\u00e0 molto casuale della partecipazione.<\/p>\n<p>Partecipazione e identit\u00e0<\/p>\n<p>Visione e vita non sono diverse; umanamente, la visione genera la vita. Ci sono divisioni che ci rendono o ci aiutano ad essere. La vita umana deve essere la vita. &#8220;Vivi per vedere&#8221; e vedere di vivere. La visione libera la vita, ma la visione di se stessa porta il supremo grado di libert\u00e0.<\/p>\n<p>Ma se la visione di se stessi non \u00e8 diretta, ma riflette, attraverso una di queste, la libert\u00e0 si acquisisce attraverso l&#8217;altra. Siamo quindi per qualcun altro e con lui.<\/p>\n<p>La libert\u00e0 \u00e8 identit\u00e0. Sembra che la fine a cui tende la vita sia la formazione di ci\u00f2 che \u00e8 stato chiamato nel linguaggio della filosofia moderna, &#8220;soggetto&#8221;, la formazione di un soggetto; e il soggetto \u00e8 identit\u00e0.<\/p>\n<p>Appartiene alla tragica essenza della vita aver bisogno dell&#8217;altro anche per la libert\u00e0. A parte questo, la tragedia sarebbe un gioco o un erquivocal o, come molte menti moderne hanno creduto, un&#8217;aberrazione, qualcosa di definibile in patologia. Ma i loghi del pathos, della sofferenza tragica, sono molto diversi.<\/p>\n<p>La tragedia non \u00e8 che l&#8217;espressione della comunit\u00e0 o della partecipazione prima della definizione dell&#8217;individuo. Come larve o conatos di essere, i personaggi della tragedia si identificano con le loro passioni, con ci\u00f2 che accade loro. Non hanno altro che: cosa succede a loro e nient&#8217;altro. E cos\u00ec, davanti alla Ragione Storica o a qualsiasi altra teoria sull&#8217;uomo e sulla vita, dovremo interrogarci con l&#8217;infinita paura che tali domande avvolgono, se l&#8217;uomo non andr\u00e0 alla ricerca della sua identit\u00e0 oltre le sue passioni, al di l\u00e0 degli eventi della sua vita; se non andrai alla ricerca di quell&#8217;identit\u00e0 pura e libera che ti d\u00e0 il carattere di essere il soggetto di ci\u00f2 che non va in te, ma non solo un paziente della tua morte.<\/p>\n<p>E questo passaggio si muove nella partecipazione. Ci sar\u00e0 invidia? Per essere visto nel passaggio sempre sbagliato e ingiusto?<\/p>\n<p>L&#8217;invidia di sentire la vita come evento e passione non poteva nascere, perch\u00e9 \u00e8 cos\u00ec che si vederebbero anche gli altri, &#8220;gli altri&#8221;. Nella passione tutto \u00e8 un altro e nulla \u00e8 uno, perch\u00e9 nulla rimane. Ma se cerchiamo l&#8217;identit\u00e0 di essere qualcuno al di sopra e al di l\u00e0 di ci\u00f2 che ci accade e di ci\u00f2 che passiamo, allora l&#8217;invidia non pu\u00f2 sorgere. Perch\u00e9 l&#8217;invidia \u00e8 la passione dell&#8217;altro, la passione dell&#8217;identit\u00e0 dell&#8217;altro, la passione per la libert\u00e0 dell&#8217;altro, nell&#8217;unit\u00e0 esitante e nella libert\u00e0 di se stessi.<\/p>\n<p>L&#8217;invidia, le pi\u00f9 auto-inimicienze delle passioni, che si svolge sotto il passaggio e le passioni e porta in s\u00e9 il suo pretesto. L&#8217;invidia non lo \u00e8, n\u00e9 ha senso, ma si spacca come una spada fredda tra quella ricerca dell&#8217;identit\u00e0 e della libert\u00e0 \u2013 al di l\u00e0 dell&#8217;evento e persino della passione \u2013 come prima di una promessa suprema, anche se indiscernibile.<\/p>\n<p>L&#8217;invidia \u00e8 sulla via della solitudine, e se chi \u00e8 impegnato in essa la raggiungerebbe, cesserebbe. Non c&#8217;\u00e8 invidia nella solitudine, perch\u00e9 solo la solitudine acquisisce che in qualche modo e in un certo senso \u00e8 riuscita ad avvicinarsi all&#8217;identit\u00e0 che \u00e8 ancoranza, riposo e certezza.<\/p>\n<p>Ha attraversato la strada della solitudine, quando chi la cammina ha bisogno di vivere nella partecipazione. L&#8217;invidia rende gli altri &#8220;l&#8217;altro&#8221;. Ma qual \u00e8 lo scopo di questa conversione contorta? Chi soffre di invidia deve diventarlo e non pu\u00f2, perch\u00e9 \u00e8 intricato, coinvolto nel prossimo, senza riuscire a staccarsi. L&#8217;invidia diventa l&#8217;ombra di una vita al di fuori della vita.<\/p>\n<p>Ombra dell&#8217;altro, tale sente l&#8217;invidia. Unamuno lo fa guardare lucidamente nel suo brillante racconto Abel S\u00e1nchez. &#8220;L&#8217;ombra di un sogno&#8221;, secondo P\u00edndaro, che cos\u00ec ripete Unamuno, pi\u00f9 invano ombra dell&#8217;altro. Come pu\u00f2 il tizio essere trasformato in &#8220;l&#8217;altro&#8221;?<\/p>\n<p>La radice della solitudine<\/p>\n<p>Siamo mai davvero soli? L&#8217;isolamento, l&#8217;incomunicabilit\u00e0 non sono solitudine. N\u00e9 l&#8217;impotenza comune, l&#8217;unica cosa sentita in comune dei tempi moderni. I tanti indifesi cercano di unirsi in uno, forse aspettando che appaia il Padre comune: &#8220;Proletari di tutti i Paesi, unies!&#8221;<\/p>\n<p>In Unamuno, che quindi non trascende la tragica concezione della vita, la solitudine non si realizza mai. In fondo alla solitudine, l&#8217;uomo sente l&#8217;ombra, l&#8217;ombra di un sogno, l&#8217;ombra dell&#8217;altro, che appare con maggiore profondit\u00e0 religiosa nel dramma L&#8217;Altro, che nel racconto romanziere. Essendo a met\u00e0 strada, inciampa nella sua met\u00e0, con il suo alter, sempre nel asino; ostacolo insormontabile del suo desiderio supremo: l&#8217;unicit\u00e0. L&#8217;invidia nasce nel desiderio di essere un individuo, di essere unico, alla suprema promessa di essere veramente un individuo. Il tizio \u00e8 poi l&#8217;altro, e la sua similitudine diventa l&#8217;ultimo demente della sua pretesa.<\/p>\n<p>San Tommaso dice che gli angeli costituiscono una specie ciascuno. Mentre, a nostro avviso, l&#8217;uomo, aspirando ad essere unico, vede simili ovunque. E cos\u00ec si spiega sia a soffrire ricercati che al martirio di tanti alla ricerca dell&#8217;unicit\u00e0, della solitudine senza nome, di vedere finalmente il volto, di trovare un&#8217;immagine di se stesso, che ha una realt\u00e0 inconfondibile.<\/p>\n<p>Nella Divina Passione c&#8217;\u00e8 un momento supremo in cui sembra che si fermi a decidere, sospeso sull&#8217;abisso infinito. Ges\u00f9 \u00e8 solo davanti al Suo destino; in completa solitudine davanti a lui. Un angelo allunga il calice della sua sofferenza inutilizzabile. Mistero in cui l&#8217;umano ottiene la sua suprema liberazione dalla tragedia dell&#8217;essere ombra del prossimo. L&#8217;angelo appare sempre a coloro che atern solitudine; \u00c8 l&#8217;immagine sacra della solitudine! E l&#8217;uomo che l&#8217;ha sentito vicino, anche senza vederlo, sar\u00e0 libero per sempre dall&#8217;asecho dell&#8217;invidia; dell&#8217;auto-assorbimento attorcigliato dove lo sguardo veleva davanti all&#8217;8 \u00b0 specchio.<\/p>\n<p>Passione incompleta quella dell&#8217;uomo che non ha vissuto la sua ora in modo umano, lontano da tutto e senza ombra. Poi si nasce per la solitudine, qualcosa di gi\u00e0 duraturo. Beh, non lo guarderai in quel modo, n\u00e9 avrai nulla da esso.<\/p>\n<p>Ma pu\u00f2 anche essere ingannato nel Frutteto degli Ulivi, deviando il destino, pentendosi della Passione. Sulla fronte di coloro che appartengono a persone frustate dal sacro male dell&#8217;invidia come lo spagnolo, questa visione dovrebbe essere innalzata dall&#8217;istante in cui la solitudine d\u00e0 origine all&#8217;uomo nel grembo di sua madre. Solo per la solitudine guaribile della passione interrotta, dell&#8217;Eucaristia fallita.<\/p>\n<p>Tratto da Origins, L&#8217;Avana, t. 3, n. 9, 1946, pp. 11-20. Coteed con la versione di Man and the Divine, Mexico, Economic Culture Fund, 1955, pp. 257-270. Questo ha incorporato le correzioni ortografiche e di scrittura introdotte dall&#8217;autore, cos\u00ec come quelle varianti del testo che chiariscono passaggi che sembravano confusi o incompleti.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<div class=\"mh-excerpt\">&#8220;L&#8217;invidia \u00e8 la prima forma di parentela.&#8221; Unamuno Sacri Mali Ci sono mali sacri, antichi mali che frustano il corpo mortale dell&#8217;uomo. 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