XIII Domenica del Tempo Ordinario

Di: Padre José Miguel González Martín

27 giugno 2021

Dio ha creato l’uomo incorruttibile e lo ha fatto a immagine del proprio essere.

Gesù Cristo, essendo ricco, si è fatto povero per noi per arricchirci con la sua povertà.

Gesù le disse: “Con te parlo, bambina, alzati”.

 

Letture

 

Prima lettura

Lettura del Libro della Sapienza 1, 13-15; 2, 23-24

Dio non ha creato la morte né si compiace di distruggere i vivi.
Ha creato tutto per sopravvivere e le creature del mondo sono sane: non c’è veleno di morte in loro, né l’abisso regna sulla terra.
Perché la giustizia è immortale.
Dio ha creato l’uomo incorruttibile e lo ha fatto a immagine del proprio essere; ma per invidia del diavolo, la morte è entrata nel mondo, e quelli che sono dalla sua parte ne fanno esperienza.

 

Salmo

Salmi 29, 2 e 4. 5-6. 11-12a e 13b

R / Ti loderò, Signore, perché mi hai liberato.

Ti esalterò, Signore, perché mi hai liberato

e non hai permesso ai miei nemici di ridere di me.
Signore, tu hai tratto la mia vita dall’abisso,
Mi hai fatto rivivere quando sono sceso nella fossa. r.

Suonate per il Signore, fedeli, ringraziate il suo santo nome;
la sua rabbia dura un istante; la sua bontà, per la vita;
il pianto ci visita al tramonto; al mattino, il giubilo. r.

Ascolta, Signore, e abbi pietà di me; Signore, aiutami.
Hai trasformato il mio lutto in una danza. Signore mio Dio, ti ringrazierò per sempre. r.

 

Seconda lezione

Lettura dalla seconda lettera di san Paolo ai Corinzi 8, 7. 9. 13-15

Fratelli:
Come eccellono in tutto – nella fede, nelle parole, nella conoscenza, nell’impegno e nell’amore che abbiamo loro comunicato – eccellono anche in quest’opera di carità.
Conoscono infatti la grazia di nostro Signore Gesù Cristo, il quale, essendo ricco, si è fatto povero per noi per arricchirci con la sua povertà.
Ebbene, non si tratta di alleviare gli altri, di affrontare le difficoltà; si tratta di abbinare. In questo momento, la tua abbondanza rimedia alla tua mancanza, così che la loro abbondanza rimedi alla tua mancanza; quindi ci sarà uguaglianza.
Come è scritto:
“Coloro che hanno raccolto molto non hanno avuto abbastanza; e a chi ha raccolto poco non è mancato”.

 

Vangelo

Lettura del santo Vangelo secondo Marco 5,21-43

In quel tempo Gesù ripassò su una barca verso l’altra sponda, molta gente si raccolse intorno a lui e rimase in riva al mare.
Un capo della sinagoga, di nome Jairo, gli si avvicinò e, vedendolo, si gettò ai suoi piedi, pregandolo con insistenza:
“La mia ragazza è negli ultimi; Vieni, metti le tue mani su di lei, perché possa guarire e vivere”.
Andò con lui e molte persone lo seguirono.
Vennero dalla casa del capo della sinagoga per dirgli:
“Tua figlia è morta. Perché disturbare di più l’insegnante?
Gesù, udito ciò di cui parlavano, disse al capo della sinagoga:
“Non preoccuparti; basta che tu abbia fede”.
Non permetteva a nessuno di accompagnarlo tranne Pedro, Santiago e Juan, il fratello di Santiago. Giunsero alla casa del capo della sinagoga e trovarono il trambusto di quelli che piangevano e si lamentavano forte e dopo essere entrato disse loro:
“Che rumore e che lacrime sono queste? La ragazza non è morta, dorme”.
Ridevano di lui. Ma li cacciò tutti fuori e, con il padre e la madre della ragazza e i loro compagni, entrò dove era la ragazza, la prese per mano e disse:
“Talitha qumi” (che significa: “Con te parlo, ragazza, alzati”).
La ragazza si alzò subito e si mise a camminare; Aveva dodici anni. E furono lasciati fuori di sé pieni di stupore.
Ha insistito che nessuno lo scoprisse; e disse loro di nutrire la ragazza.

 

Commento

L’odierna Parola di Dio ci immerge nell’essenziale della vita e nella sua fine. Nell’attuale situazione di pandemia ci siamo tutti interrogati sul significato di ciò che siamo, abbiamo e facciamo. Sentire vicino a noi il respiro della morte, indiscriminatamente, che ci ha portato via persone magari note, vicine e in buona salute, ci ha fatto interrogare su cosa valga veramente la pena, sul senso delle nostre lotte e dei nostri sforzi, per quello che dedichiamo il tempo su o per cosa dovremmo spenderlo, per le nostre relazioni, per il nostro lavoro, i nostri figli, il nostro futuro. La vita, la nostra vita… che mistero profondo!

La prima lettura, tratta dal Libro della Sapienza, ci segna alcune linee semplici e preziose per approfondire questo mistero della vita che ci riempiono di luce e di speranza, di fronte all’angoscia e all’inquietudine che potremmo provare senza credere in Dio. Ci viene ricordato che Dio ci ha creati a sua immagine, cioè come esseri spirituali ed eterni, chiamati alla vita per sempre. Perché Dio non dà per poi togliere o privare, ma per portare a pienezza. Dio non gode della punizione o della distruzione dell’umanità, anzi. Non è colpevole dei mali che ci affliggono provocati in molte occasioni dalla nostra negligenza ed egoismo. Non ha creato il male e non c’è male in tutto ciò che ha creato. È il padrone e il signore della vita e delle nostre vite.

È importante notare che la Scrittura parla in molte occasioni di morte con un doppio significato… morte fisica corporea e morte spirituale. Questa seconda, la morte dello spirito, è considerata una conseguenza del peccato la cui origine è nel maligno. Mentre la morte fisica, quella del corpo, è considerata qualcosa di inerente alla nostra natura estinta, un passo necessario verso la pienezza dell’immortalità e dell’incorruttibilità con Dio. Oggi ci viene detto espressamente: “Dio non ha fatto la morte”. Cioè, Dio non vuole che il male distrugga il nostro spirito, il più nobile e supremo di ciascuno di noi.

Nel Vangelo di oggi, che proponiamo nella sua versione breve, Gesù ci viene presentato come Signore della vita. Ci sono molti dettagli molto interessanti in questo passaggio. Il primo di questi è che Gesù continua a educare e formare i suoi discepoli con le parole e con i fatti. Aveva mostrato loro come poteva guarire i malati e dominare la durezza della natura. Oggi vuole mostrarti qualcosa che va oltre… può riportare indietro qualcuno che ha perso la vita.

Anche qui possiamo segnalare che la Scrittura ci offre una doppia concezione della vita, fisica e spirituale, che camminano volutamente in parallelo e in continuo riferimento. Gesù guarisce le malattie fisiche (ciechi, zoppi, lebbrosi…), ma soprattutto guarisce le malattie dello spirito perdonando i peccati e comunicando la misericordia del Padre. Gesù sta per risorgere, per ridare la vita fisica e corporea alla figlia di Giairo, ma è anche capace di ridare la vita dello spirito a chi l’ha perduta a causa del peccato.

Ci sono altri dettagli importanti nel brano che San Marco ci offre. Dinanzi alla notizia che giunge a Jairo sulla morte della figlia e all’invito di chi gli è vicino a non disturbare il Maestro, Gesù gli dice: “Non temere, basta che tu abbia fede”. Quelli di noi che hanno fede in Dio, quelli di noi che credono in Lui, sanno bene che grazie alla fede siamo stati salvati in molte occasioni, che siamo risorti dalle nostre malattie e morti, che siamo tornati in vita. Ma dobbiamo anche riconoscere che non abbiamo sempre mantenuto la fede necessaria, che abbiamo dubitato, che ci siamo stancati, siamo stati addirittura sul punto di rinnegare il nostro buon Dio Padre. La fede è certamente un dono di Dio, proprio come la vita. E dobbiamo chiederlo costantemente.

Un altro dettaglio importante è l’atteggiamento di Gesù verso i dolenti e coloro che piangevano e si lamentavano ad alta voce, che curiosamente finiscono per ridere in modo derisorio di Gesù stesso. Li butta fuori tutti. Certamente la morte di qualcuno vicino e caro fa molto male e produce grande tristezza che è bene esprimere ed esprimere; ma non può essere banalizzata con superficialismi o utilizzata con interesse. La morte di una persona è il momento supremo della sua vita, il culmine, il passaggio all’eternità di Dio, e per questo va vissuta con pace, serenità, dignità, rispetto, gratitudine, come momento sacro che trabocca e conduce al mistero della vita stessa. Lo diciamo di rado, quasi mai: nella vita ci si prepara a tutto tranne che a morire. Quanto è importante che, con pace, con fede, senza angoscia o ossessione, ci prepariamo e aiutiamo gli altri a prepararsi al momento supremo in cui ci ritroveremo faccia a faccia con il Dio che ci ha creati, con il nostro Padre buono e misericordioso.

E mentre viviamo… generosità e ancora generosità. È quanto chiede san Paolo ai Corinzi per alleviare i bisogni di altri cristiani, quelli di Gerusalemme, che erano più poveri e bisognosi. E lo argomenta a partire dall’immagine stessa di Cristo, che essendo Dio si è fatto uomo attraverso uno dei tanti, che essendo ricco si è fatto povero per noi per arricchirci con la sua povertà. La generosità del cristiano non può essere un mero atto di compassione o altruismo. Deve essere sempre un atto di gratitudine verso il Signore che tanto ci ha dato, dal quale abbiamo ricevuto tutto, prima di tutto la nostra stessa vita. E lo ringraziamo donandogli negli altri, nostri fratelli, suoi fratelli, tutto ciò che è alla nostra portata e che possiamo condividere.

Infine: “Thalita qumi… ti parlo io… alzati”. Queste parole impressionanti di Gesù devono risuonare nel profondo di ciascuno di noi, particolarmente nei momenti di debolezza, delusione e morte. Forse siamo morti di paura, di fatica, di dolore, di nostalgia di cambiamenti e trasformazioni. Forse siamo stati uccisi dall’innocenza e dall’illusione, dal desiderio di vivere, di essere altrimenti, di felicità onesta e condivisa. Ma Gesù ci dice, ti dice: “Con te parlo… alzati”. Alzati dai tuoi peccati e dalle tue morti, dalle tue miserie e menzogne, dai tuoi circoli viziosi ed entelechie ridondanti, dalle tue fantasie perverse e cattive, dalla tua viltà e negligenza, dai tuoi silenzi complici e dalle tue pretese interessate, dal tuo egoismo e -centralità, della tua pigrizia e delle tue scuse, della tua superbia e arroganza, di tutto ciò che ti distrugge e non ti fa vivere nella libertà dei figli di Dio. “Ti parlo… alzati.”

 

Preghiera

Ti ho dato così poco, Signore Gesù, ma tu ne hai fatto una cosa così grande!

Sono così piccolo davanti a te e tu mi hai fatto così ricco!

Non ho potuto darti tutto quello che avrei voluto,

Non sono riuscito ad amarti come volevo e sognavo.

Ti ho dato così poco, davvero, così poco,

e con poco entusiasmo e gioia.

Sapete però che in quel “piccolo” ho voluto metterci tutto il cuore.

Vedi il fondo di me stesso, con il mio desiderio di darti molto di più.

Come trasformi la mia povertà in ricchezza e il mio vuoto in pienezza,

prendi il mio dono così com’è, prendi anche tutto ciò che non è,

così che in me ci sia totale abbandono, con la mia stessa miseria,

e fa’ che tutto venga ricreato di nuovo dalla potenza sovrana del tuo amore. Amen

 

(Padre Ignacio Larrañaga)

Faccia il primo comento

Faccia un comento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*