

Giuseppe di Luce e Cavaliere (1800-1862) nacque all’inizio del XIX secolo. La sua fruttuosa esistenza si estende per poco più di sei decenni che sono fondamentali per la formazione di una cultura e di un’identità cubana e che prepareranno, alcuni anni dopo, l’inizio della prima delle nostre guerre di indipendenza. Egli non contribuirà poco a questa crescita spirituale.
È venuto nel mondo in una famiglia economicamente molto solvente e questo ha già comportato una sfida morale: da un lato, è stato in grado di dedicarsi alla vita intellettuale senza preoccupazioni, acquisire libri, viaggiare, essere indipendente; d’altra parte, quella era una sorta di marchio di nascita che gli impediva di mostrarsi radicale con alcuni problemi come la schiavitù o la necessità di rompere i legami della Spagna. A Luz c’è sempre un’altezza etica nel confronto con la realtà, tuttavia, come molti dei suoi contemporanei intellettuali, teme di rompere il delicato equilibrio tra il potere spagnolo e i suoi stretti collaboratori, agricoltori creoli. Vede la schiavitù come un male, ma teme, come altri nella sua classe, di gettare via le ricchezze dell’isola e non è piacevole all’idea di una rivoluzione, di fronte ad essa preferisce i cambiamenti evolutivi, le riforme. Educa i privilegiati ad essere onesti, giusti, laboriosi, amici della verità. Molti di loro, mentre lasciavano le aule di El Salvador, capivano che per essere coerenti con queste idee, dovevano sostenere l’indipendenza e fecero quel passo che il loro insegnante non osava fare.
Martí ha dedicato un articolo in Patria dove lo definisce “fondatore silenzioso” e sottolinea “quella della pietà che ha annaffiato nella vita, ha creato dalla sua tomba, tra i figli più puri di Cuba, una religione naturale e bella, che nelle sue forme ospita la nuova ragione dell’uomo, e nel balsamo del suo spirito alla ferita e all’orgoglio della società cubana; lui, il padre, è sconosciuto senza motivo da coloro che non hanno occhi con cui vederlo, e talvolta negato dai propri figli”.
C’è una Luce giovane, promettente e preziosa, accademica, grande polemista, che ha potuto approfittare del supporto di suo zio e mentore José Agustín Caballero, così come le lezioni di Varela in seminario. È l’uomo che intraprende un viaggio educativo intorno al mondo nel 1830 e a Parigi va in classe ad ascoltare le lezioni del naturalista Georges Cuvier, autore della “teoria del cataclisma”, e quelle dello storico Jules Michelet. Anche la Scozia se ne andò per visitare il suo ammirato romanziere Walter Scott nel suo castello e si dice che, dopo alcuni minuti di conversazione con lui, chieda: “Con quale dei saggi d’Europa ho l’onore di parlare?”
Non è un uomo che si occupa di facili lusinghe, né che coltiva la superficialità. Lo dimostra, tornando in patria nel 1831, quando si rivolse ai suoi sforzi educativi: dall’interno della Società Patriottica cercò di riformare l’insegnamento, dimostrò i suoi scopi insegnando in due aule, regendo un libro di lettura, così come i piani del Colegio San Cristóbal o Carraguao, sostenuti da quella corporazione e che diresse per un certo periodo. Sostenne anche un Istituto cubano – ispirato dall’Istituto di Francia come era costituito all’epoca – in cui venivano insegnate le scienze e le lingue moderne. Ciò non gli impedirò di ottenere una laurea in legge, guidando la Patriotic Society, servendo una cattedra di Filosofia al Convento di San Francisco.
Durante questi anni tenne diverse controversie di materia filosofica, è particolarmente importante che non si srotoliò nel 1839 intorno al pensiero di Victor Cousin (1792-1862), filosofo spiritualista, padre della Scuola Eclettica, con i fratelli Manuel e José Zacarías González del Valle. La controversia, che dall’esterno sembrava uno spreco di erudizione bizantina, in realtà tradusse seri problemi sociali e culturali. L’economia dello zucchero soffriva della crisi del sistema di piantagione, alla bassa temperatura dei prezzi dello zucchero sul mercato mondiale, gli alti prezzi degli schiavi sono stati raggiunti, principalmente dal lavoro attivo antitrattamento dell’Inghilterra. Gli antichi discepoli di Varela temevano per le loro fortune, l’élite intellettuale cercò sostentamento in una filosofia che avrebbe permesso, sotto l’aspetto di un alto volo spirituale, di sostenere l’ordine ingiusto della colonia.
Cugino, che per quegli anni divenne consigliere di Stato e poi ministro dell’Istruzione di Luis Felipe de Orleans, il re borghese, aveva un atteggiamento che ricorda alcuni postmoderni oggi, secondo lui, tutto il necessario in filosofia è stato creato, è stato sufficiente per riconciliare le idee di Hegel con quelle di Cartesio, Bacon e alcuni altri, per costruire una filosofia perenne. La conseguenza di ciò non fu solo quella di annullare le riflessioni originali e rivoluzionarie, ma di accettare che lo stato sociale delle cose era precisamente desiderabile, con un ingenuo o interessato “ottimismo storico”. I cugini cubani, per estensione, erano liberi di agire come Hegel rispetto all’impero prussiano o cugino di fronte alla monarchia francese sostenuta dai banchieri. Per loro, le piantagioni di schiavi erano pratiche, razionali e persino ex-ex-Sions dello Spirito Assoluto. Capendo questi peccati, Luz tenne quel conflitto in cui mise tutto il suo intelletto e peggiorò la sua salute. Definì l’eclettismo “un business della politica, con uno strato di filosofia, niente di più”.2 Egli, un membro di quella che chiamava “gioventù liberale”, non poteva sradicare quelle idee, ma i suoi programmi di insegnamento avranno un’enfasi speciale nel rendere gli studenti ragionare ed educarli in profondità da un punto di vista etico.
A questo giovane e impetuoso intellettuale farà seguito un uomo maturo ancora più prezioso, che sarà il più ricordato della storia. Lui che nel 1844 viene a sapere a Parigi di essere stato accusato di essere uno dei promotori della mal definita Cospirazione della Scalinata e, a differenza di Domingo del Monte, ritorna, di rispondere personalmente alle accuse ed essere espatriato, anche se i rischi di omicidio carcerario e giudiziario erano più che noti.
Fu lui stesso che nel 1848 aprì il suo Colegio El Salvador, che diresse fino alla sua morte. Lì mette in pratica il suo metodo esplicativo, che richiede la partecipazione attiva degli studenti. Sapeva che non tutti gli insegnanti del centro erano allo stesso livello, ma cercò di finire quell’educazione con i discorsi che conduceva, in cui l’insegnamento etico e il libero dibattito delle idee erano i montanti dell’incontro. Questo sarà descritto, anni dopo, da uno dei discepoli, Manuel Sanguily:
“Per qualche tempo i sabati di ogni settimana sono stati giorni dedicati ai colloqui. Tutte le panchine delle classi e il maggior numero di posti quanti ce ne sarebbero stati, sono stati posizionati in ordine e simmetria attorno a una sedia di legno dipinta di nero, che è rimasta al centro. All’una del pomeriggio, studenti e insegnanti, e spesso persone che hanno perso l’istituto, hanno occupato quel posto con ansia e felicezza. Poco dopo, e in mezzo al silenzio più completo, il maestro si avvicinò lentamente, radunato nella meditazione tombale e portando in mano un certo volume: comunemente, uno al quarto maggiore, di pasta olandese scura, molto sovraccarica di segni: erano le epistole del suo amico, il grande e ammirevole San Paolo. Siediti proprio sul bordo della sedia, quindi leggevo un pezzo del libro e iniziavo il suo discorso, che era sempre un commento pieno di parole unico nel loro genere dal testo […] Molto piccolo ero io quando, confuso tra i miei compagni, partecipavo anche a quelle conferenze che sicuramente non riuscivo a capire; ma di cui ho mantenuto l’impressione generale, l’immagine palpitante, il quadro vivo e animato: un bellissimo gruppo apostolico, una moltitudine di bambini e uomini, in piedi alcuni, seduti molti, fissi, assorbiti, silenziosi, e in mezzo a tutti, il vecchio come padre tra i suoi figli, come il patriarca tra la tribù, con oltre ispirato, splendente occhi neri , e la sua parola robusta che si diffonde vibrante attraverso le gallerie deserte.”3

L’eredità della Luce, senza i suoi calchi pedagogici e gli articoli filosofici, ci è venuta da quegli aforismi che in passato erano conosciuti da molti insegnanti e persino da persone di cultura minimale. Erano l’espressione di una saggezza che avrebbe dovuto mettere radici nel profondo della scuola cubana.
Nel suo pensiero maturo c’è una riconciliazione della filosofia classica con elementi del cristianesimo: “Per me stoicismo, per il prossimo cristianesimo: bene che tutte le cose buone dello stoicismo siano state trasfuse nel cristianesimo”.4 Luz non rifiuta la religione, solo che sembra prendere le distanze dalla credulità ingenua, dalle pratiche popolari per associarla all’esercizio della ragione. : “L’esercizio del pensiero, il culto più accettabile della divinità.”5
L’etica della Luce non è astratta, né è alimentata solo dalle massime generalità, ma mette in occhio i grandi problemi sociali, anche se non può fornire loro una soluzione, è il caso della schiavitù: “Sulla questione dei neri, il meno nero è nero”6 e anche: “L’introduzione dei neri a Cuba è il nostro vero peccato originale , tanto più che pagheranno rettamente per i peccatori. Ma è anche giusto che i membri della società siano solidali e solidali in quel debito, quando nessuno di loro è esente da complicità.”7
Di fronte al dispotismo coloniale, rivendica la libertà, ma una libertà illuminata:
“La libertà, l’anima del corpo sociale.
“La libertà, il fiat del mondo morale.
“Solo panacea per guarire e guarire le ferite che lei stessa (i suoi abusi, andarsene) o altre cause, dedurre alla società.
“L’assoluto è tutto ciò che deve essere, e questa è la tendenza dell’umanità. Non voglio più freno della religione e della ragione; anche in questa autorità.”8
Di fronte all’ovile sociale, l’educatore chiede rispetto per la verità, unica garanzia che ha raggiunto la maturità morale: “Solo la verità ci metterà su una veste virile”9 come di fronte alla pigrizia, all’ozio condiviso dalle classi fortunate con i marginali, loda la potenza della volontà: “C’è una forza trainante più potente del vapore e dell’elettricità. : il volontà.”10
Il maestro vuole riformare la società dall’educazione, correggere una classe egoista e pragmatica, trasformarla in verità e bene, così afferma: “Educare non è dare carriera per vivere, ma temperare l’anima per la vita”.11 Per questo mette da parte l’opera pubblica del polemista per consacrarsi al magistero come mandato religioso. Il suo pensiero è molto moderno quando dimostra che più della libera saggezza conta per la testimonianza della vita: “Istruire può chiunque, educare solo chi è un Vangelo vivente”12
Un altro grande pedagogo cubano, il suo successore, Enrique José Varona, lodò Luz y Caballero nel 1882 con queste parole:
“Scendendo dall’altezza serena delle meditazioni che tanto amava, togliendo gli occhi dal sole scintillante dalla verità che illuminava il suo spirito, scendendo verso gli umili, abituandosi alle tenebre, mescolandosi con l’impuro – quell’anima immacolata – e tutti per fare luce, purificare amorevolmente, sollevarsi a se stesso, esaltare, ingrandire. Non è questo educare nel significato più ampio e più bello del termine? 13
Luz scade a L’Avana nel 1862, circondato dai suoi discepoli, la sua sepoltura fu una dimostrazione di lutto di massa che preoccupava le autorità spagnole. In qualche modo, con lui i tempi del liberalismo morale e progressista furono chiusi e quelli dell’insurrezione separatista si aprirono. Luz lo aveva avvertito quando disse: “Tutto in me era, e nella mia patria lo sarà.”
Oggi Luz è nei nostri libri di storia, ha monumenti in marmo o bronzo. È un classico. Ma, sfortunatamente, la loro presenza non è nelle nostre scuole. È, semmai, parte di un soggetto, una pagina alla quale gli altri seguono, ma non è mai stato così urgente che quando ci sono così tante sfide nella nostra società, una delle quali è un pragmatismo progressista, più goffo di quello di Cousin, che il suo magistero impedisce la formazione dei più giovani. Le loro idee, quanto hanno della vita, devono essere sulla bocca e sul cuore di tutti. Spetta ai pedagoghi decidere come e quando farlo.
Vorrei concludere con quelle parole che, molto vicino alla fine della sua esistenza, nel dicembre 1861, pronunciarono in un atto della sua scuola e che tutti dovremmo imparare a guidare la nostra esistenza quotidiana: “Prima vorrei che le istituzioni degli uomini crollasse, non dico le istituzioni degli uomini, ma le stelle tutto il firmamento, che vedendo cadere il sentimento di giustizia dal seno umano , quel sole del mondo morale.”15 Ω
Note
1José Martí: “José de la Luz y Caballero”, in Complete Works, t. 5, Havana, Editorial of Social Sciences, 1975, p. 272.
2 Citato da Medardo Vitier: Philosophy in Cuba, Mexico, Economic Culture Fund, 1948, p. 119.
3 Manuel Sanguily: Giuseppe di Luce e Cavaliere. Studio critico, L’Avana, Consiglio Nazionale della Cultura, 1962, pp. 171-172.
4 Giuseppe di Luce e Cavaliere: Religione (XIII), in Opere Complete, Volume Uno, L’Avana, Propaganda Letteraria, 1890, p. 30.Tutte le citazioni di questo autore sono state prese dello stesso volume.
5 Giuseppe di Luce e Cavaliere: Religione (XI), p. 30.
6 Giuseppe di Luce e Cavaliere: Schiavitù (CXIII), p. 65.
7 Giuseppe di Luce e Cavaliere: Schiavitù (CXV), p. 65.
8 Giuseppe di Luce e Cavaliere: Libertà e Tirannia (CXX), p. 68.
9 Giuseppe di Luce e Cavaliere: Varie (CCXII), p. 105. Luz originariamente lo formulò in latino: Veritate sola nobis imponetur virilis toga.
10 Giuseppe di Luce e Cavaliere: Varie (CCXXV), p. 108.
11 Giuseppe di Luce e Cavaliere: Insegnamento ed Educazione (LXXXIX), p. 55.
12 Giuseppe di Luce e Cavaliere: Insegnamento ed Educazione (XCII), p. 56.
13 Enrique José Varona: “Elogio de D. José de la Luz y Caballero” (1882), nelle sue Studi e Lezioni, L’Avana, 1936. Citato da Medardo Vitier: Philosophy in Cuba, ed. cit. nella nota 2, p. 85.
14 Giuseppe di Luce e Cavaliere: Varie (CCXCVI), p. 121.
15 Giuseppe di Luce e Cavaliere: Varie (CCCXXXII), p. 127.





Faccia il primo comento